Vi Aspetto alla Fine del Sentiero: il racconto di un’avventura nello Yosemite National Park

“Adesso, seduti in quest’auto direzione sud-ovest, musica di sottofondo, forse potremmo dare il nostro significato alla parola perfezione. Deve essere qualcosa di certamente simile a ciò che abbiamo vissuto.”
– Vi Aspetto alla Fine del Sentiero

“Sono esattamente dentro lo Yosemite National Park; sto scendendo lungo un sentiero che da Glacier Point arriva a valle e sono con due amici con cui ormai ho scoperto un pezzo di California. Incontriamo due statunitensi, padre e un figlio, entrambi con un cappellino da baseball e centinaia di belle parole da dirci, talmente tante che decidiamo di continuare il percorso insieme. È tutto estremamente perfetto, la foresta, il parco, la California, il vento. È la scena perfetta del viaggio perfetto e io ho la fortuna di viverlo. Ed è in questa cornice impeccabile che il padre tutt’a un tratto se ne va e ci troviamo a non sapere più se siamo noi a dover accudire il figlio o se è il figlio a dover accudire noi. Il fatto è che siamo in mezzo alla foresta, dall’altra parte del mondo, con una mappa sgualcita nello zaino e tre smartphone magicamente inutilizzabili. A guidare la squadra c’è il figlio che dovremmo accudire.
Vi Aspetto alla Fine del Sentiero è una storia breve e a tratti comica realmente accaduta, tratta da un’avventura di viaggio,

la mia,
la nostra,
ed è tanto bella quanto assurda.

Vi Aspetto alla Fine del Sentiero è un racconto breve tratto da una storia vera. Fa parte del mio progetto “Diari di Viaggio“, un progetto in cui vorrei portare in parole quella miriade di ricordi speciali che ho potuto raccogliere durante qualche viaggio.

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ARTICOLI DAL BLOG:

Qualche domanda a chi ha fatto del west il suo stile di viaggio

Alessia è una ragazza, italianissima, che ha cominciato a viaggiare del west americano all’età di 19 anni.
Di lì la passione per quel pezzo di mondo così lontano, che, allo stesso tempo, ha scoperto essere una parte di sé.
Da Los Angeles, alla California di San Francisco, ma poi Nevada, Arizona, Nex Mexico, Alessia ha cercato pezzi della nuova e della vecchia America ovunque li potesse scovare. Ha visto ghost town più o meno conosciute, parlato con la gente del posto, stretto amicizie con chi, un altro turista, magari non avrebbe nemmeno potuto avere la fortuna di parlare.
Quando parte, è un viaggio continuo lungo i deserti senza fine della Route 66, o fino al confine messicano, scendendo a sud verso la comunità hippie di Slab City.
Alessia conosce parti d’America che spesso rimangono sconosciuti anche agli americani stessi.
Con Alessia ho già avuto modo di parlare qualche volta. E’ stato proprio grazie a lei che ho avuto modo di scoprire una fetta di California che non conoscevo e che mai avrei pensato potesse essere così estremamente bella, e sto parlando di Algodones Dunes, mezz’ora dal Messico, fuori dal resto del mondo.
Senza nascondere la mia ammirazione e un po’ di sana invidia nei suoi confronti, stavolta le ho chiesto invece se avesse voluto partecipare ad una breve intervista.
Lei, con gentilezza, ha immediatamente accettato.

Alessia, com’è nata la passione per gli States?
È iniziato tutto con il primo viaggio in California, avevo 19 anni e una gran voglia di esplorare quella parte di mondo, così ho deciso di partire da sola, destinazione Los Angeles.

E, più in dettaglio, la passione per il west?
L’ovest è stato il mio punto d’approdo negli Stati Uniti, le mie prime memorie e ricordi più cari sono tutti legati a questa parte d’America. Inoltre, il west è terra di spazi infiniti, natura e leggende e ho sempre trovato tutto questo terribilmente affascinante.

Hai girato spesso in ghost town, come mai questa scelta?
I luoghi abbandonati hanno sempre attirato la mia attenzione. In particolare credo che visitare le ghost town, e in generale i luoghi dimenticati nel west, sia un po’ come viaggiare nel tempo. Un’esperienza sospesa tra passato, presente e futuro, una stratificazione di sogni, illusioni, epoche e generazioni.

Come sei riuscita ad entrare nel mondo delle persone che vivono in determinati contesti/città?
Durante i miei viaggi ho avuto la fortuna di conoscere molte persone aperte, curiose, disponibili e interessanti. Entrare in contatto con loro è stata la cosa più semplice e naturale che potessi fare, alla fine è sempre partito tutto da un semplice saluto o sorriso ricambiato.

Come mai questa scelta di ricercare posti e gente così?
Non la definirei una vera e propria scelta, i luoghi e le persone più incredibili li ho incontrati per caso, semplicemente viaggiando con occhi e cuore sempre ben aperti.

Hai avuto l’opportunità di sentire e vivere queste storie, fra le tante, quali sono state le storie più belle che ti hanno raccontato o che hai vissuto?
Ho amato profondamente ogni storia, ogni aneddoto, ogni esperienza vissuta in viaggio. Dall’incontro con Bob e Susan, che vendevano uova nel bel mezzo del deserto californiano, alla visita a casa di Leroy, sindaco autoeletto di un minuscolo paesino tra le montagne del Nuovo Messico ed ex veterano della guerra del Vietnam.

Puoi dirci qualcosa di più su Leroy?
La storia dell’incontro con Leroy è descritta nel dettaglio in un capitolo del mio nuovo libro “Everland”. Ci siamo conosciuti per caso, quando mi sono fermata davanti al suo giardino, attirata dai riflessi dei cristalli colorati e dalla sua arte strampalata. È stato lui a invitarmi ad entrare in casa, mostrandomi con orgoglio tutte le sue creazioni. Devo ammettere che quel pomeriggio in sua compagnia è stato piuttosto strano, a tratti mi sono sentita intimorita dalla sua presenza, aveva un forte odore d’alcool addosso, ripeteva a nastro una serie di frasi fatte e soprattutto, non voleva saperne di lasciarmi andare via. Solo alla fine, prima di uscire dal suo giardino, mi ha sussurrato di essere un veterano del Vietnam, in quel momento ho capito molte cose. È stata un’esperienza fatta di alti e bassi, tra comicità e tragedia, in ogni caso mi ha toccato il cuore.

Ti sei affezionata in particolar modo ad una delle persone conosciute in viaggio / sei rimasta in contatto con loro?
Ho mantenuto i contatti quasi con tutti gli amici incontrati in viaggio, tranne un paio di eccezioni ma solo perchè non dispongono di telefono né connessione internet e l’unico modo per parlare con loro è andare a trovarli di persona. In particolare però ho stretto un legame molto forte con un amico che abita ad Albuquerque, Richard. Ci siamo conosciuti in rete circa tre anni fa e da allora ci sentiamo ogni giorno e viaggiamo spesso negli USA insieme, ha anche scritto la prefazione del mio ultimo libro, Everland. Lui è senza dubbio uno dei regali più belli che l’America mi abbia fatto, un amico e una persona davvero speciale.

Hai un posto che ti è rimasto nel cuore più di tutti?
C’è un piccolo cimitero di croci bianche disperso nelle praterie del Nuovo Messico. Un pezzetto di storia italiana, trapiantato in un’America fuori dal tempo. Ecco, credo che il mio cuore sia rimasto lì.

Alessia, hai pubblicato due libri: Everland e Wasteland,
dentro hai raccontato i tuoi viaggi, giusto? Vuoi darci qualche dritta generale sugli argomenti trattati?
Nei miei libri cerco di raccontare un lato diverso degli Stati Uniti, andando sempre alla ricerca di storie e luoghi fuori dal comune, con poca bellezza in senso classico ma tanto carattere e voglia di raccontarsi. Parlo di realtà scomode e nascoste, riporto storie straordinarie di gente comune ma soprattutto cerco di dare voce ai luoghi più remoti, insoliti, dimenticati. Città fantasma, cimiteri abbandonati, comunità di hippie e senzatetto,
artigiani di bare, scienziati eremiti e cercatori d’alieni sono solo alcuni dei personaggi e dei luoghi che ho deciso di raccontare nei miei libri.

Tornerai nel west? o in altre zone degli States?
Il West ormai è parte di me, devo tornarci per forza, mi piacerebbe comunque continuare ad esplorare anche altre zone degli States.

Perché consiglieresti un viaggio da quelle parti?
Perché gli USA sono stupore e magia, dalla natura incontaminata alle città più folli e creative, ognuno può trovare il suo posto in queste terre, ognuno può sentirsi a casa nel suo personale angolo d’America.

Normalmente, chi parte per il west, ci lascia davvero un pezzo di cuore. Tant’è che spesso si sente la necessità di tornarci, di tornare a vedere altro o, addirittura, tornare anche sugli stessi passi.
Come Alessia ha ammesso, c’è un angolo d’America in cui tutti possono sentirsi parte di quel mondo e forse è proprio per questo che gli USA sono un mix di stupore e magia.
Il west ti segna, ed è come se quel deserto infinito che ricopre parte di quel che là si vede, avesse sempre una parte di sé da dover scoprire che, alla fine di tutto, ti spinge a tornare.

Ringraziando Alessia per la disponibilità, lascio i suoi contatti
Instagram e Facebook
per poterla seguire online durante i suoi fantastici viaggi.

Tutte le fotografie dell’articolo sono state pubblicate sotto gentile concessione di Alessia, le fotografie appartengono a lei.

Jack Kerouac: il padre dell’On the Road americano

Jack Kerouac, è tuttora considerato il padre del movimento della Beat Generation degli anni Ottanta, nonché uno dei maggiori scrittori della letteratura americana del XX secolo. E’ stato a lungo ritenuto un esponente di spicco della controcultura americana, e solo successivamente è stato rivalutato per la sua capacità di illustrare gli aspetti contraddittori della società dell’epoca, dal consumismo allo sfruttamento dei lavoratori, dal capitalismo al benessere riservato a pochi, sottolineando il decadimento dei principali valori umani, amicizia, amore e cultura.


Jean-Louis Lebris de Kerouac, suo nome intero, nacque a Lowell, in Massachusetts, nel 1922 in una famiglia d’immigrati franco-canadesi. Ultimogenito di due fratelli,  Gerard e Caroline, lo scrittore ebbe un’infanzia felice, tuttavia resa più difficile dopo dalla morte prematura del fratello maggiore, nel 1926.
All’età di sei anni, Kerouac iniziò a frequentare la scuola parrocchiale di ST. Louis de France, e nel 1932, dopo il trasferimento a Pawtucketville, la Barlett Junior High School. In quel periodo, Kerouac faticava ancora a esprimersi correttamente nella lingua inglese, dovuto al fatto che in casa parlassero solo francese e, nella scuola precedente, l’insegnamento era dato sempre in lingua francese. Durante questo periodo, gli affari del padre cominciarono a peggiorare portando l’uomo a finire nel giro di alcool e giochi d’azzardo, la sorella di Kerouac, appena diciottenne, si sposò e Jack si ritrovò da solo. Nonostante la serie di negatività, Jack si dimostrava brillante e sportivamente promettente. Sarà proprio la passione per lo sport e il football in particolare a garantirgli una borsa di studio per merito alla Columbia University, a New York. Un infortunio a una gamba lo esentò dagli allenamenti eccessivi: il tempo così guadagnato lo trascorse visitando i locali jazz, Bebop, i musei, i cinema, i teatri, sparsi nei pressi di Times Square e di Harlem. Si imbarcò successivamente prima nella Marina mercantile e poi in quella militare. È da quel momento in poi che iniziò quel suo vagabondare che lo portò a scrivere romanzi e tenere diari dei suoi spostamenti.

Mandato all’Ospedale navale militare di Newport, Rhode Island, il 20 maggio 1943, gli venne diagnosticata una “demenza precoce“, termine che allora indicava la schizofrenia, e venne rinviato all’Ospedale navale di Bethesda, nel Maryland per un approfondimento diagnostico Qui, la diagnosi fu cambiata in stato “psicopatico costituzionale e personalità schizoide, ma non psicotica“. Il paziente, in definitiva, non fingeva, non era una minaccia né per sé, né per gli altri, comunque venne riformato il 28 giugno 1943, per inadeguatezza al servizio militare. Tornò quindi a casa da suoi genitori, trasferiti nel frattempo a Ozone Park, vicino a Brooklyn.
Si imbarcò poi come marinaio ordinario sulla nave mercantile S.S Gerogre Weems, per Liverpool, da qui visitò Londra e poi nel settembre 1943 la nave fece ritorno a New York. Jack tornò a casa dei genitori per tutto l’inverno, facendo lavori saltuari. Riprese anche a frequentare l’università e soprattutto gli ambienti del Greenwich Village, pullulanti di artisti bohèmien. Nello stesso periodo iniziò la sua storia con Edie Parker e finì per convivere con lei. Abbandonò definitivamente il football e cominciò a dedicarsi in modo maniacale alla lettura di scrittori vari tra cui: William Saroyan, Hemingway, Dos Passos, Joyce, Dostoevskij ed in modo particolare, Thomas Wolfe.


Il 1944 fu l’anno cruciale nel quale incontrò Lucien Carr, che gli fece conoscere William S. Burroughs e Allen Ginsberg, con lui i padrini del nucleo originario della Beat Generation.
Fu Kerouac a coniare il termine beat, con intento religioso e non politico-contestatario, come lo fu invece per la maggior parte degli scrittori legati al movimento beatBeat per lo scrittore era l’equivalente di “beato”:

«Fu da cattolico […] che un pomeriggio andai nella chiesa della mia infanzia (una delle tante), Santa Giovanna d’Arco a Lowell, Mass., e a un tratto, con le lacrime agli occhi, quando udii il sacro silenzio della chiesa (ero solo lì dentro, erano le cinque del pomeriggio; fuori i cani abbaiavano, i bambini strillavano, cadevano le foglie, le candele brillavano debolmente solo per me), ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola “Beat”, la visione che la parola Beat significava beato.»

Nello stesso anno, Lucien Carr uccise a coltellate David Kammerer, un suo amante accusato di essere maniacalmente geloso, e Kerouac venne arrestato per favoreggiamento, in quanto aveva aiutato Carr a gettare nel fiume l’arma del delitto. Il padre di Kerouac si rifiutò di pagare la cauzione e la famiglia di Edie si offrì di coprire queste spese, a patto che Jack sposasse la ragazza. Fu così che Kerouac si sposò il 22 agosto, a 22 anni. Si trasferirono in Michigan, dalla famiglia di Edie, dove Jack trovò un lavoro come operaio in una fabbrica. Il matrimonio collassò nemmeno due mesi dopo poiché Jack non aveva nessun interesse per la vita matrimoniale e inoltre si sentiva in condizioni di inferiorità a vivere in una famiglia tanto più ricca di lui. Ritornò quindi a New York, dove incontrò per la prima volta Allen Ginsberg. Continuò la conoscenza di artisti o aspiranti tali e iniziò anche l’effettiva dipendenza da droghe.
A causa di un abuso di anfetamina, nel dicembre del 1945, Kerouac si ammalò di tromboflebite alle gambe e fu ricoverato in ospedale. L’agosto successivo morì il padre, malato di tumore, portando Jack ad acutizzare la sofferenza per la morte.

Nel 1946, poco prima di Natale, Kerouac ebbe l’incontro più importante della sua vita, Neal Cassady, un ventenne sposato con la sedicenne Luanne che era finito in riformatorio dopo avere rubato delle auto. Kerouac ammirava enormemente Cassady per la sua totale mancanza d’inibizioni, il suo entusiasmo, il suo grande spirito d’avventura, il suo amore per il rischio, tanto da idealizzarlo e considerarlo un eroe. Divenne il simbolo della vera emarginazione, fonte di ispirazione letteraria, personaggio principale nel libro Sulla strada, con il nome Dean Moriarty e presente anche in altre narrazioni dello stesso Kerouac.
A marzo 1947, Cassady lasciò New York per andare a Denver, la città della sua infanzia. A Denver divorziò e si risposò subito con Carolyn, vivendo in un seminterrato pagato sei dollari a settimana.

Fu proprio questo a spingere Kerouac alla scrittura del suo libro di maggior successo, On the Road.
Il libro tratta con cura il viaggio in autostop e autobus intrapreso dallo scrittore per raggiungere l’amico a Denver, passando per San Francisco, Sabinal, Los Angeles e molte altre città dell’ovest americano. Una volta raggiunto Neal, i due finirono per continuare l’on the road americano insieme.

Dopo aver viaggiato per diversi mesi, tornò a New York, dove completò il suo primo romanzo La Città e la Metropoli, un romanzo autobiografico in cui, come nei suoi altri lavori, annotava ogni singolo dettaglio della sua vita quotidiana, anche gli eventi più insignificanti, usando lo slang ed espressioni colloquiali, abolendo la punteggiatura, le regole grammaticali e seguendo la libera associazione di idee. Contemporaneamente continuò a scrivere On the Road e, appena terminato il romanzo, riprese a spostarsi di luogo in luogo attraversando momenti di depressione, dovuti anche alle sue difficoltà finanziarie, diventando sempre più dipendente da alcol e droghe. In questo periodo, lo scrittore cominciò a trovare conforto nello studio del buddismo e nella meditazione.
Si trasferì poi a San Francisco con Allen Ginsberg, Neal Cassady e il poeta Gregory Corso, ma non aspettò molto prima di ripartire in viaggio di nuovo.

On the Road fu pubblicato nel 1957 ed ebbe un immediato e straordinario successo, segnandolo fin da subito come il manifesto della Beat Generation. Grazie alla popolarità del romanzo, gli editori pubblicarono anche gli altri suoi romanzi tra cui I SotterraneiI Vagabondi del Dharma. Il successo lo travolse fin troppo e Kerouac, che non amava interviste e articoli di giornale, ebbe grosse difficoltà a gestire la situazione tanto che, dopo un ulteriore viaggio a San Francisco, e una permanenza a Big Surf, tornò a vivere da sua madre, fino alla tragica notizia della scomparsa di Neal Cassady, morto assiderato sui binari di una ferrovia nel 1968. L’annuncio del decesso dell’amico, contribuirono a devastare psicologicamente e fisicamente Kerouac. Per tirarlo fuori dalla depressione, i cognati Nick e Tracy lo portarono in Europa, ma l’esperienza fu disastrosa; Kerouac non fece altro che ubriacarsi. Trasferitosi nuovamente in Florida, Kerouac era sempre più frequente partecipare a risse da bar in cui si era, per l’ennesima volta, ubriacato.
Il 20 ottobre 1969 si svegliò alle quattro del mattino in seguito ad un altro eccesso d’acool. Verso mezzogiorno cominciò ad accusare forti dolori addominali e vomitò sangue: il fegato aveva ceduto per la cirrosi epatica. Portato in ospedale, venne sottoposto a 26 trasfusioni e ad un’operazione chirurgica nel tentativo di contenere l’emorragia. Alle cinque e mezzo del mattino del 21 ottobre, senza mai aver ripreso conoscenza dopo l’intervento chirurgico, Jack Kerouac morì a quarantasette anni.
Fu sepolto nella nativa Lowell insieme alla moglie Stella, morta nel 1990.

LO STILE

Il suo stile è ritmato e immediato ed chiamato dallo stesso Kerouac prosa spontanea. cioè uno stile di scrittura fluido, diretto, veloce, privo di filtri e improvvisato proprio come le sessioni improvvisate di musica jazz che Kerouac amava, da qui cominciò a definirsi poeta jazz.

Passando la maggior parte della sua vita diviso tra i grandi spazi dell’America settentrionale e centrale, i suoi scritti riflettono la volontà di liberarsi dalle soffocanti convenzioni sociali e dalle forme dell’epoca per dare un senso liberatorio alla propria esistenza.
Approfondisce anche argomenti quali, droghe, religione, alcolismo.
Esaltò i benefici dell’amore e proclamò l’inutilità del militarismo, ed è inoltre considerato il precursore dello stile di vita hippy.

On the Road, suo romanzo principale, intraprende la tematica del viaggio come metafora della libertà, in cui il viaggio è correlato alla fuga, una fuga che brama conoscenza. Il viaggio rappresenta una scappatoia, un metodo per conoscere se stessi, ma è anche un viaggio permette la fuga dalle restrizioni imposte dalla società e dal proprio passato. C’è una continua oscillazione tra l’inquietudine e la ricerca della tranquillità, la follia e la quotidianità, il movimento e la stasi.

La prima volta che Kerouac utilizzò il termine “beat” fu nel 1950, nel suo primo romanzo La città e la metropoli: Liz Martin è una “beat che se ne va in giro per la città alla ricerca di qualche altro lavoro, di un benefattore, di ‘grana’ o di un po’ di ‘fumo‘”.

“Beat” diventa poi lui, e con lui gli altri scrittori che erediteranno quella spinta, quella voglia di avere una vita che rifiuta le regole imposte e che sperimenta in tutto e per tutto ciò che la vita da la possibilità di sperimentare.
È un termine che richiama la realtà della condizione dei meno privilegiati, di chi vaga in cerca di qualcosa, di chi lo fa con la libertà e l’ottimismo di chi sa che solo sulla strada si può trovare se stesso.

FRA I LIBRI PRINCIPALI

Sulla Strada
I Vagabondi del Dharma
Big Sur
Diario di uno Scrittore Affamato
Orfeo Emerso


Fonti:
https://style.corriere.it/news/eventi/jack-kerouac-50-anni-senza-scrittore-on-the-road/
http://www.lafrusta.net/pro_kerouac.html
https://it.wikipedia.org/wiki/Jack_Kerouac
https://www.studenti.it/jack-kerouac-vita-opere-analisi-on-the-road.html
https://metropolitanmagazine.it/jack-kerouac/
https://www.oscarmondadori.it/approfondimenti/50-anni-senza-jack-kerouac/
Fotografie:
https://www.ibs.it/sulla-strada-libro-jack-kerouac/e/9788804668282
http://www.nealcassadybirthdaybash.com/jack-kerouac/
https://www.huffingtonpost.it/cesare-cata/quando-jack-kerouac-incontro-se-stesso-in-un-pub-del-greenwich-village_b_8816518.html
https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/intrattenimento/millevoci/Kerouac-e-il-mito-della-libert%C3%A0-on-the-road-50%C2%B0-anniversario-dalla-sua-morte-12241750.html
http://www.pangea.news/50-anni-senza-jack-kerouac-ipotesi-per-un-dizionario-kerouachiano-parte-prima-dalla-a-di-alcol-alla-l-di-lowell/

Ma perché per te è così importante viaggiare? Ora te lo spiego.

Ogni persona che viaggia attribuisce al viaggio stesso un valore unico e personale. Talvolta si viaggia solo per lavoro, altre volte per una più semplice vacanza rilassante, talvolta invece acquisisce, nella persona che quel viaggio lo vive, un valore ancora più importante e prezioso, talvolta inspiegabile, talvolta comprensibile, ma comunque sia raro, forse unico.
C’è chi lo capisce sin dall’infanzia, chi invece la passione del viaggio la acquisisce più avanti e non sa nemmeno perché, chi lo capisce dopo il primo viaggio, chi invece, spesso, lo capisce dopo un vissuto particolarmente intenso che fa nascere dentro la voglia di ripartire. E allora parte, fisicamente parlando. La cosa bella del viaggio è che unisce milioni di persone, tutte completamente diverse l’una dall’altra, ma con in comune la passione per qualcosa che le porta, inconsapevolmente, ad andare senza mai fermarsi.

Se cercassimo sul dizionario la parola viaggio, troveremmo il corretto e più oggettivo significato da attribuirgli, ma se invece la cercassimo nel cuore di chi il viaggio lo sente davvero, troveremmo invece il suo valore più bello e più assoluto.

E se dovessi chiederti che valore ha il viaggio?
Partendo dall’idea che sia assurdo provare a descrivere correttamente le emozioni, nove diverse persone con la stessa passione si sono messe in gioco e hanno provato a spiegare il loro più personale punto di vista sul senso del viaggio.

“Chiunque viaggia è alla ricerca di qualcosa, di risposte a domande mai fatte ad alta voce, di nuovi occhi con cui guardare il mondo e la vita di tutti i giorni; di qualcosa che possa ancora stupirlo e lasciarlo a bocca aperta con la semplicità di un bambino.
Viaggiare è amicizia, passione, risate. È perderti in una metropoli per ritrovare te stesso, è cercare un tramonto da racchiudere in uno scatto della tua fotocamera, è conoscere i tuoi limiti, le tue capacità; è riscoprire te stesso negli occhi di un estraneo conosciuto per caso. E perché no, è cercare di scappare dai tuoi problemi, ma tanto quelli hanno il GPS incorporato e sanno sempre dove tu sia. Ecco che viaggiare diventa la chiave del tuo cambiamento, ma non basta un solo viaggio per diventare quello che sarai domani, e allora tu continua a viaggiare.”

Donatella Roca

Ero un bambino secchione e perfettino, difficilmente mi buttavo nel fango per recuperare la palla durante la partita di calcetto, che se potevo evitavo, e passavo un mucchio di ore -mai abbastanza- a leggere.
Ecco.
Se dovessi indicare un momento in cui i viaggi sono entrati simbolicamente nella mia vita, direi senza dubbio che è stato quando, intento ad esaminare la libreria, presi in mano l’atlante. […] Leggevo nomi impronunciabili e studiavo cartine incomprensibili e nel mentre sognavo posti esotici, foreste e deserti, città infinitamente alte e popoli dalla pelle e dai vestiti colorati.
La passione per l’atlante si è trasformata in passione per la geografia, poi per le lingue straniere, e poi direttamente per i biglietti aerei.
Forse il senso del viaggio sta tutto qui: in quella costante curiosità, in quella bramosa ricerca, in quella voglia matta di scoprire, conoscere, annusare, ascoltare, e prima di tutto imparare, che ti accompagna da sempre -da quando avevi appena imparato a leggere, e che non smette mai di stupirti per quanto è in grado di insegnarti.
Non ci rinuncerei per nulla al mondo!

Elia Sitti

Non è facile spiegare cosa significa viaggiare, è un qualcosa che ti esplode dentro, un mix di sentimenti e sensazioni.
Dal momento in cui ti metti a guardare una mappa, stai già iniziando a viaggiare, fantasticando sui luoghi che vedrai e sulle persone che incontrerai.
Amo viaggiare, amo progettare viaggi.
È un qualcosa che mi fa sentire libera, prendere un aereo, viaggiare tra le nuvole e svegliarmi in un luogo completamente diverso.
Ti rende più umano, ti fa apprezzare le cose più semplici, ti fa emozionare anche solo guardando un bambino giocare.
Amo l’Asia, la sua gente, che spesso vive nella povertà, ma sono ricchi dentro, nessuno ti negherà un sorriso, una parola, una partita a calcio con un pallone arrangiato….
Avrei tanto da raccontare sui miei viaggi, ma sono sensazioni che custodisco dentro gelosamente.
Viaggiare ti rende sicuramente migliore.

Fabrizia Santarnecchi

“Per me il viaggio è una delle necessità primarie della mia vita. Non riesco a concepire un’ esistenza senza viaggiare, partire alla scoperta di qualcosa di insolito, esotico, che non ci appartiene. Vedere e conoscere paesaggi mai scrutati, culture lontane, differenti e poi suoni, odori, sapori mai provati prima. Questo per me significa viaggiare. Da quando pratico il surf uno degli scopi principali della mia vita è che mi accompagna in ogni avventura è la ricerca delle onde perfette in tutto il mondo.”
Marco Romano, surf coach della We Ride Surf School

“Per me viaggiare ha sancito una sorta di rinascita.
Nonostante abbia cominciato a vagare fin da piccola, la svolta è arrivata quando ho intrapreso il primo viaggio da sola a piedi, con lo zaino in spalla e nessuno accanto a indicarmi cosa fare e dove andare.
Non mi sono mai sentita così viva.
Avventurandomi ho scoperto una persona completamente diversa, senza maschere e molto più coraggiosa di quanto potessi immaginare.
Il viaggio per me è l’esperienza, non il luogo in sé.
Nonostante abbia avuto la fortuna di visitare posti magici, la cosa più bella e significativa sono stati gli incontri inaspettati che porterò dentro per il resto della vita.
Avvicinarmi a culture nuove, a religioni e usanze così lontane mi ha fatta sentire quasi in grado di poter vedere la realtà con gli occhi di tante persone diverse, abbattendo qualsiasi tipo di barriera mentale.
Non esiste cosa al mondo che riesca a farmi sentire più felice e piena di vita.
Per tanto tempo mi sono chiesta perché, in qualsiasi posto vivessi, non mi sentissi mai pienamente a casa… con il tempo ho capito che per me non esiste casa più accogliente e “ricca” di quello zaino in spalla.”

Veronica Ariano

“Viaggiare significa staccare dalla realtà di tutti i giorni per divertirsi, rilassarsi e conoscere posti, cose nuove e scoprire se stessi sempre di più.”
Luca Frangioni

“Per me il viaggio è libertà.
Quando viaggio la mia mente è leggera è libera, si fa spazio per immortalare momenti luoghi e emozioni da poter ricordare e il mio cuore si arricchisce.
Viaggiando esaudisco i miei più grandi sogni e mi sento felice.
Quando viaggio mi sento viva.”

Arianna Infante

“Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!”
È quasi impossibile descrivere a parole ciò che un viaggio – un vero viaggio – è in grado di trasmettere. Le emozioni, le impressioni, le nuove conoscenze, i sentimenti e lo stupore infinito che esso sempre porta con sé. 
Troviamo però che questo estratto, tratto da una poesia di Baudelaire, possa essere un buon incipit per tentare di spiegare ciò che andiamo cercando quando decidiamo di intraprendere una nuova avventura insieme. Spesso nemmeno noi siamo pienamente consci delle motivazioni che ci spingono ad andare; ciò che conta maggiormente è la voglia di partire ed esplorare. 
Viaggiare apre e libera la nostra mente dalle costrizioni, dagli schemi e dagli stereotipi in cui la stessa resta intrappolata durante la normale routine quotidiana, permette di andare oltre i nostri stessi limiti e paure, raggiungendo una conoscenza di sé e del mondo, impossibile da afferrare semplicemente restando a casa.
Molto spesso, la sera, dopo una lunga giornata di lavoro ci troviamo a vagare insieme con la mente, immaginando e fantasticando sulla nostra prossima avventura.
Iniziamo allora a selezionare le mete che più ci ispirano, discutendo, infervorandoci e iniziando a studiare un possibile percorso da seguire che sia in grado di svelarci il più possibile del “mondo” e della cultura che decideremo poi di visitare. 
Pianificare è già parte del viaggio, è un modo per cominciare ad immergersi in quel paese che tanto vagheggiamo di raggiungere. […] E quello che realmente conta è calarsi profondamente e sin da subito nello spirito del viaggio e costruirlo intorno a noi. 
Quando finalmente partiamo per raggiungere la meta siamo avvolti da una sensazione di eccitazione e curiosità, che diventa sempre più forte man mano che ci si avvicina alla destinazione. Lo stupore nel vedere una nuova realtà all’arrivo è il sentimento che prevale […].
Esplorare i luoghi, immergersi completamente nell’atmosfera del posto e perdersi in essa, cogliendo e vivendo al massimo tutte le esperienze che è possibile fare, rappresenta il momento più intenso del viaggio stesso. Uno sguardo sul mondo e sulle sue bellezze che è solo nostro, senza riflessi o condizionamenti; una ricchezza immensa che ci portiamo a casa nel momento del rientro e che resterà con noi negli anni a venire. 
Vivere insieme – come coppia – l’esperienza del viaggio rende tutto più intenso e permette una condivisione, seppur intima, delle emozioni che esso è stato in grado di generare e, perché no, anche una miglior conoscenza di noi stessi e dell’altro.

Silvia Filippini e Andrea Monticelli

Chi ha la passione del viaggio, partirà sempre, comunque, partirà perché ha trovato pezzi di sé sparsi un po’ ovunque, e quel puzzle che sta costruendo non sarà mai del tutto finito, perché non si smetterà mai di conoscere se stessi.
Chi viaggia, lo fa con l’idea di partire, talvolta di perdersi, talvolta di ritrovarsi.
Lo fa con l’idea di fare esperienze sparse un po’ ovunque, di dare un valore più bello all’esistenza.
Chi ama viaggiare parte anche solo per partire, che tanto lo sa, che anche partendo, saranno un altro viaggio, un altro tramonto, altri volti, altri orizzonti, a segnargli in meglio la vita,
che forse la vita è più bella quando senti che la vivi davvero.

Ma quanto sono preziosi i ricordi fatti in viaggio?

Sono le tre di notte.
Non dormo. Non riesco proprio a chiudere occhio.
Fuori c’è il vento, soffia fortissimo. Credo si stia portando con sé pure il tavolo che è poggiato al muro.
Sono le tre di notte, e credo che stanotte sarà dura addormentarsi.
Eppure non ci sono rumori ed è tutto completamente buio.
Eppure non mi basta.
Eppure, eppure e, di nuovo, eppure.
Eppure non ho nessun bel pensiero per potermi cullare stanotte.
Ci sono troppe cose che non vanno, io non vado, il mondo non va, vorrei sapere come stanno i miei amici, se loro vanno, ma sono le tre di notte e non è il momento adatto per chiedergli se loro vanno.
Allora mi giro dalla parte opposta. Accendo la luce sopra al letto, leggo due pagine di un libro, lo richiudo.
Ci sono troppe cose che non vanno.
Richiudo gli occhi, li riapro e poi, di nuovo, li richiudo. Stringo forte il cuscino, ho il braccio che lentamente sembra muoia col peso della mia testa sopra.
Mi è venuta una voglia matta di andare a giocare a frisbee.
Non posso giocare a frisbee, fuori è buio.
Potrei brucare l’erba del giardino, ecco.
Ma perché dovrei brucare l’erba del giardino?
Mi sto facendo prendere dall’ansia. Vorrei solo dormire e invece gli occhi si riaprono non appena butto giù le palpebre.
Sai cosa penso? Per risolvere la crisi economica basterebbe stampare più banconote, spararle in piazza con dei cannoni enormi e niente, saremmo tutti benestanti.
Domattina mi sveglio, vado a Bankitalia, attacco uno striscione davanti e comincio a protestare.
E’ un’idea incredibile.
Oppure potrei mollare di nuovo il mio lavoro e partire per l’Africa, potrei salvare la vita ai bambini malnutriti.
Che stupida, io non ho più un lavoro. Non per ora, almeno.
L’ho perso.
Che ansia.
Pazzesco. Domattina prenoto un volo e parto.
Sono le tre e quaranta di notte.
Ho idee pazzesche, domattina le metterò tutte in atto. Sono un genio.
Ma non riesco ad addormentarmi.
Potrei vendere le mie fotografie, creare nuovi progetti e spargerli nei musei di tutto il mondo. Potrei farmi un nome, fare soldi, conoscere gente e posti. E’ tutto così facile.
E’ tutto facile tranne dormire.
Ed è assurdo come le idee pazzesche siano così fattibili alle tre di notte.
Domattina tutto prenderà un’altra forma, e le idee pazzesche sembreranno irrealizzabili.
Odio questa cosa.
Stanotte non chiuderò occhio, ho bisogno di qualcosa di bello che mi faccia da ninna nanna.
Mi alzo, accendo un attimo la luce, mi guardo intorno.
Guardo le mensole bianche, ci sono veramente tanti libri, gli ultimi che ho comprato devo ancora leggerli.
E poi c’è la mensola più alta. E’ piena zeppa di album di fotografie. Sono talmente tanto pieni che mi chiedo come facciano, tutti quei ricordi, a stare dentro a un solo cuore.
Eppure quel cuore è il mio, non dovrei nemmeno farmela quella domanda.

Ho trovato cosa fare.
Apro un paio di questi album. Ce n’è uno dedicato alla Spagna, un altro parla del Belgio. Ce ne sono veramente un sacco. Il più bello, quello color bordeaux, coi margini dorati, sta chiuso solo perché serrato fra gli altri, ma dentro è sovraffollato di foto, di fogli, di brochure, e scontrini, e ricordi. Ricordi che se ne stanno a circa 10200 chilometri di distanza.
Non sapevo di avere un pezzo di cuore così lontano.
Anzi. Mi correggo. Lo sapevo eccome, ma è sempre bello ricordarselo.
Lo apro, e non so se sto aprendo l’album o se sto aprendo il cuore.
Ecco.
Sono già alla quarta pagina, le ho sfogliate delicatamente, non vorrei si sgualcissero.
Sono già alla quarta pagina e tutte queste foto sembrano parlare. Se ne stanno silenziose, nella loro nostalgia, a ricordarmi quant’è bello, ogni tanto, ricordare.
Ed è bello perché sembra se ne stiano lì, in silenzio, a cantare qualcosa che somiglia vagamente alla più bella ninna nanna del mondo.
E pagina dopo pagina, c’è una sorta di melodia così bella, ma giuro, perfetta nella perfezione dei bei ricordi. Quelli, esattamente quelli, quelli fatti durante quel viaggio, quei viaggi, quel vento in faccia, che ancora, se ci penso, lo sento.
Che sai che faccio? Ora mi scompiglio i capelli, che tanto ormai sono già scompigliati da quattro ore di non-sonno.
E ora chiudo gli occhi, e penso che sia stato il vento a scompigliarli.
Ecco.
Guarda tu.
Ho il vento in faccia, e c’è un sole che spacca le pietre, e ho caldo, ma va bene.
Prendo il sole aprendo il tettuccio dell’auto.
Alzo il volume.
Ci sono queste farfalle nello stomaco che hanno preso a ballare.
Sorrido veramente tanto che non te lo so spiegare per bene.
E gli occhi brillano un po’, sai?
E l’album l’ho quasi terminato.

Ora sto un po’ meglio.
Sono andata per un po’. Ne avevo bisogno, sai?
Ho fatto un viaggio bellissimo, e come per ogni viaggio vissuto per bene, adesso sono più stanca che mai.

Ma è quella stanchezza bellissima, quella che sì, sei stanca perché non hai dormito molto, e hai fatto cose, un sacco di cose. Ma più che altro sei stanca perché hai collezionato milioni di ricordi, e ora il tuo cuore torna a casa e ci impiega un miliardo di battiti per renderli tutti preziosi.

Ripongo l’album sulla mensola, lo spolvero un po’, c’era qualche ricordo con due granelli di polvere e proprio non mi va di vederlo offuscato.
Adesso sono stanca.
E tutte quelle foto sono state la mia ninna nanna.

Adesso mi ributto sul letto, spengo la luce, guardo nel buio il soffitto.
Adesso tutto quel buio è più bello.
Adesso ricordo, quanto preziosi sono tutti i ricordi più belli.
E quelli fatti in viaggio, che mi ricordano quant’è bello viaggiare,
adesso lo so,
che tra le cose più belle del mondo c’è certo vivere, ma ti potrei raccontare per una vita di quant’è bello anche ricordare.

Allora buonanotte mondo.
Ci vediamo presto,
che sono le quattro e venti, e io adesso ho veramente sonno.

Ringrazio Roberta B. per la prima foto dell’articolo.

Photo tips: consigli fondamentali per la fotografia di viaggio

Breve premessa:
Ad ora, aprile 2020, non sono una fotografa di professione. E’ uno dei tanti sogni nel cassetto, forse uno dei più vecchi, ma non lo sono. Il poter guadagnare con l’arte dell’immagine è un progetto che mi porto dietro dai tempi delle Scuole Medie. Tutto ciò che scrivo qua è frutto di studi ed esperienze personali, preferisco quindi considerali consigli e curiosità piuttosto che insegnamenti veri e propri. Faccio fotografia da quando avevo circa 12 anni, mi sono diplomata come Grafica Pubblicitaria con studio anche della fotografia a pieni voti. Ho passato anni a studiare e a fare esperienza con reflex, con passaggi di livello dalla prima reflex che tenevo in mano, all’ultima che ho avuto l’opportunità di avere. Ho praticato anche con macchine fotografiche analogiche, cercando di incrociare gli studi del digitale con l’analogico. Ho sviluppato e sto cercando di sviluppare capacità di post-produzione. Sono successivamente passata anche ad action cam, essendo orientata al mondo outdoor come stile di vita, e alla fotografia da cellulare, cercando la qualità nella versatilità di uno smartphone. In tutto ciò, sto cercando il mio stile. Nel frattempo sto imparando a farmi una ragione del fatto che forse il mio stile non è soltanto uno, ma comprende una serie di stili diversi che vanno a fondersi a seconda di ciò che mi passa per la testa. Dopo questa premessa, la mia speranza è poter dare consigli reali e utili sulla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO.

COS’E’ LA FOTOGRAFIA DI VIAGGIO?

E’ un vero e proprio racconto in cui si imprimono i momenti e gli istanti che motivano un viaggio. Che sia quindi lo scatto ad un paesaggio, che sia la ripresa di un momento particolare del posto e della civiltà di cui stiamo facendo esperienza, in ogni caso, in sostanza, è la registrazione di un esatto momento e di un esatto luogo e attimo di un particolare pezzo di mondo. In questa registrazione ci sarà dunque natura, gente e cultura in una percentuale completamente soggettiva, che cambia a seconda del momento in cui si scatta e del soggetto che si vuole ritrarre.
Spesso quando si pensa alla fotografia di viaggio, la prima cosa che ci salta in mente è l’idea di un reportage nel bel mezzo del deserto dell’Africa, oppure il racconto di vita della gente del sud-est asiatico. E’ più facile accostare la fotografia di viaggio a determinati ideali, ma non è così.
La fotografia di viaggio racconta un determinato posto e ciò che è e/o avviene in tale posto in un determinato momento, che sia l’Africa, che sia Europa o qualsiasi altra parte di mondo. Non è corretto quindi pensare alla FOTOGRAFIA DI VIAGGIO esclusivamente come ad un reportage di un Paese più povero, o in guerra o qualsiasi altro motivo ci spinga a considerare un Paese più “sfortunato” del nostro.
I settori principali in cui, involontariamente, si avrà a che fare quando si comincia a fare fotografia di viaggio, sono diversi. I principali sono:

  • REPORTAGE: E’ il raccontare tramite una serie di scatti la storia, presa in diretta e senza niente di costruito, di un posto, di una cultura, di un evento o di un’esperienza di cui si è testimoni a tutti gli effetti. Nato dal giornalismo per documentare scene di guerra o di povertà, si è poi esteso anche ad altre categorie: viaggio, matrimonio etc.
  • STREET: La street photography si può considerare parte integrante del reportage, più precisamente reportage sociale. Si tratta di riprendere i soggetti in situazioni reali e spontanee in luoghi pubblici, oppure semplicemente gli stessi luoghi come soggetto principale anche senza la presenza umana. L’idea è quella di evidenziare aspetti della società nella vita di tutti i giorni. Solitamente il fotografo che prende in considerazione anche la street si affida ad una gestione non completa, causata dai milioni di sfumature di probabilità diverse, dei soggetti degli scatti, ma segue comunque un’idea fotografica di ciò che vorrebbe ottenere.
  • RITRATTO: Ruota intorno all’idea di mettere in risalto il volto di una persona, portandone a galla pregi e/o difetti fisici, ma anche emozioni, sentimenti e moralità del singolo soggetto. Reputo sia corretto, almeno nella fotografia di viaggio, cercare di capire il soggetto prima di ritrarlo, per cercare di ottenere una fotografia che riesca ad unire l’intenzione di chi la scatta, con le vere emozioni di chi invece è ritratto, molto più importanti rispetto alle intenzioni del fotografo.
  • PAESAGGISTICA/URBANISTICA: E’ un genere fotografico improntato a immortalare paesaggi naturalistici o urbani di un determinato luogo. E’ sicuramente uno dei generi fotografici più praticato al mondo, essendo anche il più semplice da ottenere. In realtà, un buono scatto, necessita sempre e comunque una dose elevata di buone idee, giusta tecnica, ottima conoscenza della luce e, non da meno, molta fortuna.

DIFFERENZE SOSTANZIALI FRA REFLEX, MIRRORLESS, ACTION CAM E SMARTPHONE. COSA UTILIZZARE?

Ad ora, nel mercato, è possibile trovare ottima qualità dalla reflex allo smartphone. Tutto sta in ciò che si intende fare, in ciò che, soggettivamente parlando, preferiamo, in ciò che riteniamo più consono a noi, ma, soprattutto, anche all’uso che dovremmo farne.
Ad ora un professionista della fotografia dovrà ancora considerare Reflex e Mirrorless di buon livello come strumentazione, perché i sensori di tali strumenti sono ancora imbattibili, soprattutto quando parliamo di macchine FULL FRAME.
Un full frame è un sensore, ossia la parte hardware dove la luce va a imprimersi per poi formare una successiva immagine, di dimensioni nettamente superiori rispetto ad un qualsiasi altro sensore ad ora sul mercato. Cercando di essere brevi, se riprendiamo la stessa immagine e la imprimiamo su una superficie APS-C (ossia un sensore più piccolo di un full frame) di 23,6×15,6mm e su una superficie full frame di 36x24mm, l’immagine avrà modo di imprimersi più correttamente e con più qualità su una superficie più grossa, mantenendo migliori le sfumature, le differenze, la nitidezza ed eliminerà molto più rumore, ossia l’effetto granuloso, sullo scatto.
Se si cerca quindi la qualità più eccelsa e correttamente più professionale, soprattutto in caso di vendita di fotografie, di ingrandimenti di notevole dimensione e qualsivoglia motivo di estrema precisione qualitativa, bisognerà sempre puntare ad una qualsiasi strumentazione dotata di un sensore full frame o comunque di un sensore di notevoli dimensioni. Ad oggi, determinate richieste comportano la scelta impareggiabile di una reflex o mirrorless piuttosto che di uno smartphone.
Parlare di quest’argomento ed elencare tutti i pregi e difetti di qualsiasi strumento disponibile per l’acquisizione immagine, necessiterebbe un intero sito web. Io provo a descriverne i punti salienti.

REFLEX: Qualità elevata. Nelle fasce alte di prezzo rimane imbattibile. Ha comunque diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Hanno un peso piuttosto elevati rispetto alle altre categorie. Sono piuttosto ingombranti. La messa a fuoco veloce e precisa. Mantiene qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona, o in spostamenti dove si necessita leggerezza o di minore attrezzatura. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Solitamente ha una robustezza che ne consente l’affidabilità. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. Menù veloci intuitivi, i pulsanti sono facili e la camera ha un’impugnatura ergonomica.

MIRRORLESS: Qualità elevata. Ha diverse fasce di prezzo dove la qualità aumenta di pari passo. Nelle fasce alte di prezzo, si trovano anche full frame. Pesano circa la metà delle reflex. Anche gli obiettivi normalmente hanno un peso notevolmente minore. La messa a fuoco è più lenta rispetto alle reflex. Anche la batteria ha una durata inferiore. Mantiene la qualità anche con poca luce. Ottima ed eccellente in diversi campi della fotografia, meno versatile e utilizzabile in caso di action in prima persona. Eccellente per qualità anche senza avere un grosso peso da portare con sé. I diversi obiettivi consentono la ripresa su più distanze e ampiezza della visuale mantenendo qualità e precisione. Essendo più leggera, non ha la stessa robustezza di una reflex, necessita quindi più attenzione. Diverse modalità di scatto consentono la possibilità di usarla a tutti. I menù e pulsanti sono meno intuitivi rispetto ad una reflex.

ACTION CAM: Le fasce di prezzo troppo basse hanno qualità estremamente basse. Le fasce di prezzo medio-alte hanno una qualità notevole talvolta pareggiabile a reflex non di fascia alta. Il peso è irrilevante. Una action cam sta dentro ad una tasca e non si fa sentire. Anche con attrezzatura, il peso rimane minimo. Versatilità impareggiabile in caso di action. Robustezza impareggiabile, solitamente sono fatte con materiale che ne attutisce i colpi. Consente riprese e scatti che, con una macchina classica non sarebbe semplice effettuare, talvolta impossibile. Spesso è waterproof. Con poca luce in compenso perdono notevolmente qualità. Non hanno la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce e non sono disponibili obiettivi esterni che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica. Poco adatto ai ritratti classici perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Le riprese sono automatizzate o semi-automatizzate.

SMARTPHONE: Gli smartphone stanno facendo progressi enormi nel campo della fotografia. Gli ultimi modelli di fasce prezzo medio/alte hanno qualità da far invidia a molte reflex di fasce prezzo medio-basse. Per una buona qualità, bisognerà comunque valutare uno smartphone con una fascia di prezzo medio-alta. Il peso è irrisorio e, in ogni caso, è diventato ormai quasi indispensabile. Uno smartphone normalmente è sempre con noi, quindi con una sola strumentazione abbiamo smartphone e macchina fotografica nello stesso istante. Non necessità chissà quale altra attrezzatura esterna. Talvolta waterproof. Rimane comunque più fragile quindi richiede più attenzione nel maneggiarlo. Non ha la totale versatilità di una reflex o mirrorless. In caso di zoom, al progredire dello zoom, la qualità si riduce. Non sono disponibili obiettivi esterni di estrema qualità che consentono di cambiare la lunghezza focale in maniera meccanica senza minare la qualità della foto. E’ poco adatto ai ritratti perché i volti appaiono distorti se troppo ravvicinati. Salvo app particolari, lo smartphone ha gran parte del procedimento automatizzato ed estremamente intuitivo.

La decisione, salvo necessità esterne che possono essere lavoro o qualsiasi altro motivo, è prettamente soggettiva.
Per cercare di orientarsi al meglio nella scelta, bisogna porsi delle domande.
Cosa voglio farne? Qual’è l’utilizzo principale che ne farei? Cerco praticità, leggerezza, utilità, precisione, versatilità etc.? Cosa cerco per l’esattezza?
Potremmo anche chiederci “quanto mi piace la fotografia?“. La fotografia è una passione che, quando ricerca anche la qualità, ha dei prezzi da tenere in considerazione. Bisogna sempre cercare di capire quanto puntare alla fotografia, capire se è la mera idea del viaggio o della fotografia che prevalgono, oppure entrambe, oppure serve solo ad immortalare qualche foto di minore conto. Per chi vuole puntare davvero alla fotografia, vada per gradi. E’ inutile comprare una reflex da 800/1200€ e scattare in modalità automatica perché non si conosce la tecnica fotografica. Sarebbe più consono allenarsi con strumentazioni di prezzo inferiore, o con uno smartphone scaricando app che consentano modalità manuali e vedere se davvero è una passione oppure un divertimento momentaneo.

Sostanzialmente cercare di capire quel che fa al caso nostro chiedendosi: l’uso principale che ne faremmo, gli stili principali che vorremmo prendere in considerazione, la praticità e versatilità che cerchiamo e quanto vorremmo investirci di soldi, tempo e studio. Unendo le risposte si dovrebbe trovare la soluzione.
Su mia esperienza personale, dopo circa 12 anni di reflex, causa un successivo stop dato dallo scippo della mia reflex da parte di un ragazzo in bicicletta proprio durante un viaggio (furto che mi ha portato un sorta di “trauma” non indifferente nei confronti della fotografia), mi sono dedicata sempre di più alla fotografia con action cam e smartphone, incrementando in compenso lo studio della post-produzione per ottimizzare gli scatti e le riprese.
Ad ora, ma ne parlerò con più precisione dopo, scatto da circa un anno con iPhone X e GoPro Hero 7 Black e devo dire che è una combo che sto amando in maniera particolare.

5 Libri da leggere per poter viaggiare senza nemmeno partire

#IORESTOACASA

Italia, marzo 2020


Il mondo intero sta attraversando un periodo che finirà tranquillamente nei libri di storia di un futuro anche abbastanza prossimo.
L’economia sta cedendo, il turismo è fermo, la gente ha solo paura, la gente è letteralmente chiusa in casa senza molta possibilità di muoversi.
Si creano file lunghe fuori dai supermercati, ci sono divieti e restrizioni per abbracci, baci, strette di mano. Non è possibile guardare negli occhi la mamma, o il papà, la sorella, l’amico, il fidanzato o la fidanzata che abitano in un altro comune, o in un’altra Regione. Per correre fuori, all’aria aperta, in piena campagna, ci vuole un’auto-giustificazione che ne attesti il comprovato ed esigente motivo. E’ tutto molto surreale, no?
L’Italia sta attraversando un ennesimo capitolo di storia moderna.
Siamo tutti un po’ impauriti, chi più, chi meno, un po’ confusi, un po’ offuscati dalla quantità esorbitante di informazioni negative bombardate minuto dopo minuto su internet, nelle tv, sui giornali, nelle parole della gente che parla costantemente del solito argomento.
Chi l’avrebbe mai detto.

Ma adesso che siamo in casa, salvo la necessità ovvia di prendere atto di informazioni veritiere dettate dalla Sanità e dal Governo, dovremmo tutti spegnere un attimo il cervello dalla paura e dal bombardamento giornalistico quotidiano, aprire la finestra, guardare se fuori c’è il sole, lasciare che i raggi possano entrare in casa, e fare qualcosa di sano per se stessi.
Dedicarsi allo sport in casa, alla cura di sé, di chi abita con noi e della casa stessa, all’arte, agli hobby; dedicarsi a qualsiasi cosa che possa farci bene per superare un periodo di distanza, di mancanza, di affettività e di privazione di libertà, con la speranza che tutto questo possa finire il prima possibile.

E sarebbe bello dedicare un po’ di tempo alla lettura. A quei libri in carta da sfogliare pagina dopo pagina. Lasciare fuori dai pensieri, per un po’, quella quantità eccessiva di informazioni un po’ false, un po’, purtroppo, vere.
E, visto che non possiamo permetterci di spostarci, di viaggiare, di vedere e di osservare con occhi, mani e corpo, potremmo provare a entrare nel viaggio di chi il viaggio lo ha scritto nelle pagine di un libro. Potremmo provare ad andare in Australia, in Alaska, in Asia, in Spagna. Potremmo andare ovunque, soltanto provando a immergerci in qualche libro.
Qui ci sono cinque titoli di libri che ho amato, apprezzato e tutt’ora amo. Libri che ho letto anche più di una volta, nonostante ne conosca la trama per filo e per segno. Libri che tengo sulla mensola più bassa della mia camera da letto, così posso almeno leggerne i titoli ogni volta che mi metto di fronte al pc.
Cinque libri che mi hanno fatto scoprire una parte di me che non conoscevo, sentirmi parte di quelle storie, come se le avessi vissute con loro e/o al posto loro, e maturare, crescere, sentirmi quasi compresa o, almeno, imparare a comprendere.
Libri che mi hanno fatto viaggiare pur standomene sdraiata sul letto. Ed è assurdo, no? come basti così poco per andare dall’altra parte del mondo, pur rimanendo ferma nel solito posto.

Ho deciso di non considerare questa lista come una classifica, ma semplicemente come cinque consigli di lettura senza preferenze. Spero possiate anche voi leggerlo senza vederci dentro una lista con un ordine ben preciso perché, beh, non c’è nessun ordine di importanza da me dettato se non quello che ognuno vuole attribuirgli a suo piacimento.
Ho lasciato anche una piccola votazione personale, ma in ogni caso sono tutte votazioni molto alte, perché i libri li consiglio semplicemente perché li ho davvero apprezzati in maniera non quantificabile.


5 LIBRI DA LEGGERE PER VIAGGIARE SENZA NEMMENO PARTIRE


5. Wild, Cheryl Strayed

“La vera sfida è vivere”

STORIA VERA

“Dopo la morte prematura della madre, il traumatico naufragio del suo matrimonio, una giovinezza disordinata e difficile, Cheryl a soli ventisei anni si ritrova con la vita sconvolta. Alla ricerca di sé oltre che di un senso, decide di attraversare a piedi l’America selvaggia tra montagne, foreste, animali selvatici, rocce impervie, torrenti impetuosi, caldo torrido e freddo estremo. Una storia di avventura e formazione, di fuga e rinascita, di paura e coraggio. Una scrittura intensa come la vicenda che racconta, da cui emergono con forza il fascino degli spazi incontaminati e la fragilità della condizione umana di fronte a una natura grandiosa e potente.”

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Votazione personale: 9/10

Classificazione: 9 su 10.

4. Un Indovino Mi Disse, Tiziano Terzani

“Ma chi ha ormai il coraggio di dire: «Fermi! Cambiamo strada»? Eppure, se fossimo spersi in una foresta o in un deserto, ci daremmo da fare per cercare una via d’uscita! Perché non far lo stesso con questo benedetto progresso che ci allunga la vita, ci rende più ricchi, più sani, più belli, ma in fondo ci fa anche sempre meno felici? Non c’è da meravigliarsi che la depressione sia diventata un male tanto comune. È quasi rincuorante. È un segno che dentro la gente resta un desiderio di umanità.”

STORIA VERA

“Nella primavera del 1976 un vecchio indovino cinese avverte Terzani: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai». Dopo tanti anni il grande giornalista non dimentica la profezia, ma anzi la trasforma in un’occasione per guardare al mondo con occhi nuovi: decide infatti di non prendere aerei per un anno, senza tuttavia rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diventa così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria: spostandosi in treno, in nave, in auto, e talvolta anche a piedi, Terzani si trova a osservare paesi e persone della sua amata Asia da una prospettiva nuova, e spesso ignorata. Dopo oltre vent’anni di «viaggio» e oltre un milione di copie vendute, lette, rilette, prestate e regalate, “Un indovino mi disse” continua a parlarci con voce sempre nuova e avvincente.”

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Votazione personale: 8/10

Classificazione: 8 su 10.

3. Vela Bianca, Sergio Bambarèn

Ciò che conta nella vita
 non è quello che si ha,
ma quello che si fa.

“Sposati da otto anni e intrappolati in un’esistenza banale, Michael e Gail lottano disperatamente contro il naufragio del loro matrimonio. Un giorno decidono di lasciare tutto e salpare su una barca, Vela Bianca, che li condurrà nell’incanto dell’emisfero australe. Nel lungo viaggio verso la felicità, i due portano solo la piccola scatola che un tempo un vecchio libraio di Auckland donò loro, con la promessa di aprirla in mare aperto. E presto si accorgono dello straordinario tesoro che hanno tra le mani, l’insegnamento più prezioso di tutti: il vero paradiso è dentro di noi, se solo vogliamo vederlo.”

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Votazione personale: 8/10

Classificazione: 8 su 10.

2. On the Road, Jack Kerouac

“Oltre le strade sfavillanti c’era il buio,
e oltre il buio il West.
Dovevo andare.”

STORIA VERA

“Sal Paradise, un giovane newyorkese con ambizioni letterarie, incontra Dean Moriarty, un ragazzo dell’Ovest. Uscito dal riformatorio, Dean comincia a girovagare sfidando le regole della vita borghese, sempre alla ricerca di esperienze intense. Dean decide di ripartire per l’Ovest e Sal lo raggiunge; è il primo di una serie di viaggi che imprimono una dimensione nuova alla vita di Sal. La fuga continua di Dean ha in sé una caratteristica eroica, Sal non può fare a meno di ammirarlo, anche quando febbricitante, a Città del Messico, viene abbandonato dall’amico, che torna negli Stati Uniti.”

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Votazione personale: 8/10

Classificazione: 8 su 10.

1. Into the Wild, Jon Krakauer

“C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l’avventura. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso. Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale.”

STORIA VERA

“Nell’aprile del 1992 Chris McCandless si incamminò da solo negli immensi spazi selvaggi dell’Alaska. Due anni prima, terminati gli studi, aveva abbandonato tutti i suoi averi e donato i suoi risparmi in beneficenza: voleva lasciare la civiltà per immergersi nella natura. Non adeguatamente equipaggiato, senza alcuna preparazione alle condizioni estreme che avrebbe incontrato, venne ritrovato morto da un cacciatore, quattro mesi dopo la sua partenza per le terre a nord del Monte McKinley. Accanto al cadavere fu rinvenuto un diario che Chris aveva inaugurato al suo arrivo in Alaska e che ha permesso di ricostruire le sue ultime settimane. Jon Krakauer si imbatté quasi per caso in questa vicenda, rimanendone quasi ossessionato, e scrisse un lungo articolo sulla rivista «Outside» che suscitò enorme interesse. In seguito, con l’aiuto della famiglia di Chris, si è dedicato alla ricostruzione del lungo viaggio del ragazzo: due anni attraverso l’America all’inseguimento di un sogno. Questo libro, in cui Krakauer cerca di capire cosa può aver spinto Chris a ricercare uno stato di purezza assoluta a contatto con una natura incontaminata, è il risultato di tre anni di ricerche. Ma Nelle terre estreme, però, non è solo la ricostruzione degli eventi che portarono Chris McCandless alla morte, è anche una metafora sul rapporto tra la nostra civiltà e la natura che la circonda, è un formidabile tentativo di penetrare le segrete vibrazioni che percorrono tutte le giovinezze, è un viaggio del corpo e dell’anima scritto da un maestro del racconto d’avventura che qui si mette in gioco lasciandosi coinvolgere – assieme al lettore – dalle figure eroiche di cui narra.”

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Votazione personale: 10/10

Classificazione: 10 su 10.

Un’altra breve lista di titoli particolarmente interessanti e che posso consigliare in tutta tranquillità sono:
Lost GirlsJennifer Bagget, Holly C. Corbett, Amanda Pressner
In Un Paese Bruciato dal SoleBill Bryson
L’Onda PerfettaSergio Bambarén
Into the Wild TruthCarine McCandless
In AsiaTiziano Terzani
A Passo d’UomoMattia Miraglio
e, in realtà, ne potrei elencare molti di più.

Voi avete qualche libro inerente ai viaggi? Qualcosa che vi porta un po’ in giro per il mondo standovene seduti al caldo, in casa?
Voi avete un metodo alternativo di viaggiare, quando viaggiare fisicamente proprio non è possibile?

ARTICOLI DAL BLOG:

Charles Baudelaire: Quando l’amore per il viaggio diventa poesia

Consiglio vivamente la lettura di tutto il libro “I Fiori del Male”, acquistabile online QUI

C’è da dire che l’idea del viaggio esiste da quando l’essere umano è in grado di muoversi. Siamo essere muniti di coscienza, e quella coscienza andrà nutrita per tutto il resto della vita, almeno quella terrena. Quindi, sostanzialmente, siamo viaggiatori ed esploratori da sempre e, forse, si spera, per sempre. Il sogno di vedere l’altra parte del Pianeta, il sogno di conoscere, di sapere, di entrare in contatto con le culture che compongono il puzzle da millemila pezzi che è questa Terra, fa parte del corredo umano, in generale parlando. Gli esseri umani desiderano viaggiare, chi per un motivo, chi per un altro, c’è chi ancora invece i motivi non li sa. C’è chi viaggia per scappare, chi per il desiderio dell’altrove, chi per scoperta, chi per il mero gusto di viaggiare. I motivi sono infiniti, e ognuno ha la sua personalissima spinta a farlo. Ci sono centinaia e centinaia di nomi presenti sui libri di storia, ad indicare chi, secoli fa, ha deciso di mollare letteralmente il porto e partire.
Cook, Marco Polo, Colombo, Cartier, Amundsen, Twain e tantissimi altri uomini e donne hanno avuto l’opportunità di poter vedere un pezzo di mondo, sentirsene parte, raccontarlo in quei diari pieni zeppi di immagini e racconti di bordo, di incontri con aborigeni, di terre desolate incontrate per caso lungo un tragitto distante oceani e continenti.
Siamo esploratori da sempre. E il viaggio fa parte di noi; del resto, la vita stessa è un viaggio.
Charles Baudelaire non la pensava poi così tanto in modo diverso. Anche per lui, poeta e filosofo dell ‘800, la vita stessa era un viaggio, e non c’era modo migliore di viverla anche viaggiando. E quel viaggio doveva essere sì, certo, fisico, un movimento, uno spostarsi ed esplorare nuovi confini e terre, per arricchirsi, per farne tesoro, esperienza, conoscenza, ma anche per fare un vero e proprio viaggio interiore, più introspettivo, ancora più personale.
Un viaggio fisico avrebbe dovuto essere corredato di un viaggio interiore, per essere un vero e proprio viaggio.

Scrisse poesie, frasi, aforismi dedicati al viaggio e questi, tutt’ora, sono letti in tutto il mondo. E forse un motivo c’è. Forse la gente ha bisogno di leggere quelle parole per trarne il coraggio di partire, o per cambiare, per migliorare, per conoscere.
Perché, del resto, anche quegli stessi libri, quelle stesse poesie, sono viaggi.

Le voyage è un poema contenuto nella sezione La Morte, l’ultima dei Fiori del Male. Baudelaire affronta il tema del viaggio, uno degli argomenti più trattati nella storia della letteratura. Lo accosta alla vita, lo tratta come tale, lo apprezza, lo ama. Regala spunti di riflessioni, pensieri, frasi che sono tutt’ora inni al viaggio. Ma suppone anche la possibilità che anche i viaggiatori più esperti possano poi non esser felici, laddove si appoggiano costantemente al desiderio di ripartire verso un altro luogo nella speranza di qualcosa di diverso. Laddove si dimenticano di apprezzare ciò che hanno davanti.
Il fatto è che forse dovremmo soltanto imparare ad apprezzare quel che si ha, quel che si vede, con la forza di puntare sempre oltre, ma senza mai denigrare ciò che abbiamo di fronte. E’ di nuovo un po’ il senso della vita. Non accontentarsi mai se qualcosa non ci piace, puntare sempre oltre, ma senza mai disprezzare il bello che si può trovare ovunque. Apprezzare ogni singolo momento, perché la fine e l’inizio sono sempre gli stessi per tutti, ma la storia nel mezzo è ancora tutta da scrivere. E ne va catturata la parte più bella senza lasciarsela mai sfuggire, senza stancarsi mai e poi mai. Fino alla fine.


I

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l’universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull’infinito dei mari:

c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II

Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

Destino singolare in cui la meta si sposta;
se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
l’Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
per potersi riposare corre come un matto!

L’anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa’ attenzione!»
Dalla coffa un’altra voce, ardente e visionaria:
«Amore… gioia… gloria!» É uno scoglio, maledizione!

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di vedetta
è un Eldorado promesso dal Destino;
ma la Fantasia, che un’orgia subito s’aspetta,
non trova che un frangente alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
marinaio ubriaco, scopritore d’Americhe
il cui miraggio fa l’abisso più amaro?

Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
il suo sguardo stregato scopre una Capua
ovunque una candela illumini una topaia.

III

Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
i vostri ricordi incorniciati d’orizzonti.

Diteci, che avete visto?

IV

«Abbiamo visto astri
e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
molte volte ci siamo annoiati, come qui.

La gloria del sole sopra il violaceo mare,
la gloria delle città nel sole morente,
accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.

Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
non possedevano mai gl’incanti misteriosi
di quelli che il caso creava con le nuvole.
E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

– Il godimento dà al desiderio più forza.
Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
mentre s’ingrossa e s’indurisce la tua scorza,
verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Crescerai sempre, grande albero più vivace
del cipresso? – Eppure con scrupolo abbiamo
raccolto qualche schizzo per l’album vorace
di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
troni tempestati di gemme luminose;
palazzi cesellati il cui splendore fatato
sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;

costumi che per gli occhi son un’ebbrezza;
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

V

E poi, e poi ancora?

VI

«O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa principale,
abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
dall’alto fino al basso della scala fatale,
il noioso spettacolo dell’eterno peccato;

la donna, schiava vile, superba e stupida,
s’ama senza disgusto e s’adora senza vergogna;
l’uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

il martire che geme, il carnefice contento;
il popolo innamorato della brutale frusta;
il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
il veleno del potere che snerva il despota;

tante religioni che alla nostra somigliano,
tutte che scalano il Cielo; la Santità,
come un uomo fine su un letto di piume,
fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;

l’Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
e delirante, adesso come in passato,
nella sua furibonda agonia urla a Dio:
«Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
per trovare rifugio nell’oppio senza limiti!
– Questo del globo intero l’eterno bollettino.»

VII

Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
Il mondo monotono e meschino ci mostra,
ieri e oggi, domani e sempre, l’immagine nostra:
un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se devi. C’è chi corre, e chi si rintana
per ingannare quel nemico che vigila funesto,
il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

come l’Ebreo errante e come l’apostolo,
al quale non basta treno o naviglio,
per fuggire l’infame reziario; e chi invece
sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
potremo sperare e urlare: Avanti!
E come quando partivamo per la Cina,
gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

così c’imbarcheremo sul mare delle Tenebre
col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
Di quelle voci ascoltate il canto funebre
e seducente: «Di qui! Voi che volete assaporare

il Loto profumato! è qui che si vendemmiano
i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
«Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.

VIII

“O Morte, vecchio capitano, è tempo! Sù l’ancora!
Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l’alto, a piene vele!
Se nero come inchiostro è il mare e il cielo
sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

Su, versaci il veleno perchè ci riconforti!
E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,
che vogliamo tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?
discendere l’Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.



I Fiori del Male è una raccolta in cui Le voyage chiude il libro. A parere personale, il libro lo consiglio vivamente. E’ acquistabile online su Amazon, anche cliccando qui


riferimenti foto/scritti:
https://society6.com/product/baudelaire-les-fleurs-du-mal522058_print
https://www.ilpost.it/2017/06/25/baudelaire-fiori-del-male/
https://www.libriantichionline.com/divagazioni/charles_baudelaire_viaggioles_fleurs_du_mal
http://opere.loescher.it/opere/polacco_terzomillennioblu/isw/Baudelaire.pdf

ARTICOLI DAL BLOG:

Ho vissuto due volte quel sogno americano chiamato Route 66

E’ mattina qua a Los Angeles. Il nostro motel puzza un po’, la moquette è sporca, i letti boh, i letti proprio non lo so.
Stamani mi sono svegliata con Kerouac in testa, avevo in mente le scene di On the Road.
Dovremmo arrivare sulla Route 66 di qui a poco, forse subito, forse fra un po’.
Dovremmo solo caricare le valigie nel portabagagli e partire.
Fuori c’è il sole, un po’ di nuvole. Ma va bene così.
Io penso solo che sono anni ormai che sogno quella strada come si sogna il sogno più grande del mondo.
Come avere mille sogni in testa, scavalcarli tutti per un attimo e raggiungere quello che se ne sta adagiato nel cuore già da un po’.
E’ un po’ come aprire la porta di uno sporco motel della periferia di Hollywood, a pochi passi dall’inizio di un’anticipazione della Walk of Fame, e trovarsi di fronte la California.
L’aria sì, l’aria sa un po’ di smog, ma immaginavo.
Immaginavo una Los Angeles inquinata, fatta d’auto che scorrono sulle Interstate ingolfate di traffico. Eppure c’è qualcosa, in quelle luci, in quella gente, in quella città. Qualcosa che amo, che non so, ma che amo.
Ma poi, parliamone, cosa me ne frega a me di sapere perché ne sono innamorata?

L’ultimo chiude la porta,
le valigie sono già tutte dentro.
Qualche semaforo, e siamo sulla 40. Sul GPS la meta è Kingman.
Già sento la mancanza di Los Angeles, ma so che torneremo lì, nel nostro giro ad anello, nel nostro viaggio di ritorno.
Ci vuole veramente molto tempo all’arrivo. Il navigatore continua ad aumentare le ore di percorrenza, noi ci fermiamo dove capita, ma della Route 66 ancora nessuna traccia.
Già comincio a star male.
Dov’è il mio sogno?
La radio passa le canzoni della nostra playlist. Che poi le passa solo perché le stiamo scegliendo noi, ma va bene così. Ascoltiamo della musica da invidia, posso solo vantarmi di ciò.
Poi talvolta si spegne il cellulare, si sintonizza la digital radio su Radio Pitbull e si alzano i bassi.
Parte musica un po’ house, un po’ così, che non sta molto in quell’Interstate gigantesca, eppure ci sta. Forse starebbe meglio il country.
Dai, mettiamolo.
Io ho solo un po’ voglia di ballare. Sto seduta davanti, perché non posso guidare, ho meno di venticinque anni e il noleggio, lo avessimo intestato a me, sarebbe costato troppo. Così non posso guidare, allora i ragazzi mi hanno lasciato il posto davanti, un po’ come premio sportività, un po’ come quando dai il giocattolino ai bambini al ristorante così non sbraitano per tutto il tempo.
Sono una bambina col giocattolino, e il mio giocattolino è semplicemente questo viaggio. E non c’è gioco più bello di cui potessi fare esperienza.

Le canzoni passano, le miglia pure.
Chi guida ha bisogno di stendere le gambe, è già da un po’ che è lì, con quel dannato cambio automatico che si fa odiare per mancanza d’abitudine.
Usciamo dalla 40, così, senza pensarci molto. C’è bisogno di sgranchirsi le gambe, non importa dove ci stiamo dirigendo.
L’uscita la scegliamo a caso, tanto della Route ancora non c’è traccia e questa cosa comincia un po’ a stancarci.

Allora lo facciamo. Si svolta a destra, le corsie si strettiscono, poi un incrocio, e poi tutto. Tutto tutto insieme. Adesso mi brillano gli occhi.
E adesso mi chiedo, io che credo solo al caso, come può esser questo solo un caso?
Come possiamo scegliere quell’uscita a caso e non sapere che ci saremmo ritrovati inconsapevolmente sulla Route 66, nel mezzo al niente?
Io che credo solo al caso, come posso attribuire al semplice caso, l’essere di fronte ad un sogno grosso quant’è grosso il mio cuore, e forse anche un po’ di più?
Ma sai che c’è? Ma che m’importa, alla fine.
Eccola. Lei è qui davanti a noi.
Ciao Mamma Strada,
Ciao Mother Road.
Ciao bellissima.
Finalmente ci incontriamo. Sei così bella che ho dimenticato quant’era brutto il nostro motel in cui ci siamo svegliati poche ore fa.
Abbassiamo i finestrini, dai, facciamolo. Qui c’è il deserto, c’è la storia dell’America, quella famosa dico, quella del Sogno Americano.
Di fronte a noi c’è una strada lunga fino a Chicago e l’abbiamo trovata davvero.
Di fronte a noi c’è quel niente che a me da l’idea d’esser tutto, e zero auto, e il vento secco. E nelle casse Born in the U.S.A. Ma lo sentite quanto siamo perfettamente stonati a coprire la voce di Bruce? Siamo bellissimi. Siamo veramente belli. Belli come i sorrisi che, se mi volto a guardarvi, avete stampati sul volto. E sapete perché siamo belli? Perché siamo felici sul serio.
Andiamo avanti ancora un po’, un po’ di minuti, non spegniamo l’auto adesso, fuori c’è il mondo, sentite?
L’asfalto brucia sotto le ruote, ho già dimenticato il traffico dell’Interstate, eppure non è poi così lontana. Ci passa vicino, talvolta la rivediamo, eppure perde d’importanza. L’ha c’è pieno di auto, quaggiù c’è solo la musica, e il cuore che batte che fa più rumore di quel camion che abbiamo sorpassato venti miglia fa.
La strada è grigia, di un grigio chiaro, secco. Qua e là ci sono crepe più scure, ma roba da poco, roba che l’auto nemmeno le sente.
C’è una striscia gialla grossa centrale a dividere le due corsie. Ai bordi nessun guard-rail, solo sabbia e le strisce bianche continue, a volte sbiadite, a volte ben pulite.
E poi cespugli secchi, un po’ ingialliti, un po’ verdi, un po’ belli.
Dio, quant’è bella questa vita.
L’orizzonte in realtà è solo il cielo. E ancora strada, strada e strada.
Mille miliardi di volte potrei pronunciarla ancora.
Non ricordo più nemmeno dove dovevamo andare. A me non sta più importando niente.
Il cielo è azzurro, quasi finto. Tipo perfetto, ecco.
Che poi lo trovo assurdo, come alla fine il cielo sia solo uno, eppure ora, ora in quest’esatto momento, il cielo è così diverso da quello che vedo a casa mia. Si rispecchia un po’ a terra, prende i colori dell’America, di quella storia di vecchie città del far-west, e vecchie pompe di benzina rosse e stondate, come quelle dei film di cui non ricordo il nome. Il cielo riflette quel che stiamo vedendo. Forse è lì che lo vedo diverso.

Dai.
Fermiamoci. A terra c’è scritto che siamo sulla Route 66. C’è un marchio gigante, dipinto di bianco.
Fermiamoci.
Riposiamoci qua, che mi piace questo sogno. A voi no?
Scattiamo qualche foto. Mi piacerebbe molto fermare per sempre questo momento. Mi piacerebbe farvi un paio di foto, perché meritate di ricordarvi per bene quel che normalmente si ricorda soltanto nel cuore.
Vorrei saltare.
E allora lo faccio. E poi mi siedo a terra, e mi sdraio, e sorrido.
E la reflex che scatta. E io non capisco più niente.
Passa qualche auto qua e là, niente di che, non mi disturbano il sogno.
Non mi va di rialzarmi subito.
Non ci credo ancora, ho bisogno di tempo per memorizzare. O forse sarebbe meglio se ammettessi a me stessa che ho ancora bisogno di tempo per realizzare.
Io sto bene.
Sto da Dio.
Voi come state? Sono contenta d’esser qua con voi, comunque, vorrei dirvelo, è che non riesco. Come lo spieghi un viaggio così, che ci sono più emozioni che altro?

Poi risaliamo in auto.
Ci sono ancora un sacco di ore di guida da fare, miglia e poi ancora miglia da superare.
Ci sono un paio di vecchie città colorate da vedere, dove fermarci, entrare dentro a quegli sporchi negozietti di souvenir pieni zeppi di roba con scritto Route 66. Potrei starci ore.
Dopo Kingman ci sono pure Seligman, Williams, Flagstaff. E se scorressi la cartina, ci sarebbe una traversata intera degli USA.
E mille miliardi di storie da raccontare. La cosa bella è che in quell’invisibile libro di racconti, adesso, proprio adesso ci sarà anche la nostra storia.
Sarà per me il capitolo più bello, ci farò un album, lo custodirò come si custodisce il tesoro più bello.
Potrei stare ore a parlare con questa gente un po’ consumata dal sole e dal vento e dal deserto. Questa gente che mi sorride, mi chiede qualche dollaro per una toppa che attaccherò al mio zaino e mi chiede da dove vengo.
Io che vengo dall’altra parte del mondo, che non ho visto chissà quanto mondo; ecco, vengo all’incirca da lì.

Ma sai che ti dico?
Ti dico che la Route l’ho immaginata per anni, vista nei film, ascoltata nelle canzoni, letta nei libri.
La Route l’ho idealizzata per tutto il tempo che, fino a quel momento, avevo vissuto su questo Pianeta.
La Route l’avevo solo potuta sognare, fino ad ora.
E niente.
E’ ancora più bella di ciò che pensavo.
E’ davvero infinita, scorre ben oltre quel che si vede nell’orizzonte. Noi stiamo guidando, stiamo attraversando la California e un po’ d’Arizona, si cambia fuso orario, ma la Route rimane sempre e costante in quell’orizzonte lontano.
Ci sono davvero i centauri in Harley, la gente con la barba bianca e il giubbino in pelle pieno di toppe.
Ci sono davvero le ghost-town, la musica country in sottofondo, quaranta gradi e nessun tipo di ombra.
Ci sono davvero quelle persone che si siedono fuori dal piccolo bar, sempre a porta socchiusa, la pubblicità della Coca Cola come sfondo, che ci osservano senza giudizio e ci raccontano le storie che hanno vissuto.
E ci siamo davvero noi,
ora,
a goderci questo tramonto.
Che se volete, se proprio devo dirvelo,
ho i brividi a pensarlo,
che penso che io non lo dimentico.
Perché c’è un silenzio assurdo,
e fra poco le stelle nel cielo saranno a milioni.
E noi le guarderemo.
Qua. Parcheggiati a bordo di questa strada bellissima, sotto una felpa abbastanza pesante da coprirci in quello sbalzo termico tipico del deserto.
Noi saremo qua.
Ancora per un po’.
E scusate se è poco,
se mi sto godendo l’America,
proprio come avrei sempre voluto.

ringraziamenti foto:
1° Giacomo P. – 2° Roberta B. – 3° Giacomo P. – 4° Giacomo P. – 5° Giacomo P.



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Ho fatto un giro per Mandalay con un monaco buddhista

Stavamo mangiando un gelato comprato ad un bar un po’ malconcio a pochi soldi, pochi secondi prima. Già si stava sciogliendo sotto quel tasso di umidità pari ad un numero sicuramente superiore al cento. Guardammo bene che non fosse scaduto e aperto, disinfettammo la palettina gialla che la signora dalle mani color terra d’argilla ci passò e ce ne tornammo sul ponte.
Stava per tramontare il sole, il signore che ci aveva scarrozzato tutto il giorno in giro per i dintorni di Mandalay ci aspettava da qualche parte dall’altra parte della riva. Ci disse che ci avrebbe dato il tempo di guardare il tramonto, che sarebbe stato bello, e che lo avremmo trovato al solito posto: attraversando un mercato che odorava un po’ di marcio e un po’ di umido, ci sarebbe stato un qualcosa di simile ad un parcheggio dove lui avrebbe atteso.
La palettina gialla del mio gelato sapeva un po’ di Amuchina, un po’ di polvere. Assurdo come io volessi disinfettare qualcosa per poi ritoccarlo con le mani sporche del legno inumidito del ponte su cui ci eravamo sedute coi piedi penzolanti sopra l’acqua.
Eravamo al ponte più famoso di tutto il Myanmar, U-Bein Bridge, e poco prima avevamo scambiato qualche parola con un anziano monaco dalle orecchie giganti. Ricordo che lo vedemmo arrivare da lontano, tonaca di un rosso fortissimo, stesso colore di quell’ombrello che teneva aperto per pararsi da quei raggi solari inondati d’umidità. E si sedette vicino a noi, a parlare e a chiederci da dove venivamo. Che dell’Italia conosceva Sophia Loren, e un po’ di gente di Roma, di Milano e delle grandi città. Viaggiatori, persone comuni, gente che aveva incontrato esattamente lì, dove stavamo noi in quell’esatto momento.

Finimmo il gelato quando già il gelato era diventato frappè. Sostanzialmente eravamo le uniche due “bianche” nell’arco territoriale di quel che probabilmente erano diverse centinaia di metri, forse qualche decina di chilometri. Di europei proprio non ce ne era l’ombra, e tutti i birmani erano attratti in modo così curioso e assurdo da queste due bianche, sedute a terra a mangiare un gelato, tanto da fermarci, chiamarci, chiederci perdono, sputare parole indecifrabili cercando di farci capire di volere una foto con noi.
Mi sentivo una star. Un po’ come se quel ponte malconcio da cui spuntavano fuori chiodi arrugginiti fosse il nostro Red Carpet.
Ma alla fine il nostro momento da star finì, come il gelato. E come quella giornata. Come quella giornata che se ne stava tramontando a picco sull’acqua, e il cielo diventava rosa.
Facemmo giusto una manciata di passi verso il vecchio mercato che, ancora in cammino sul ponte, incontrammo di nuovo quel vecchio monaco dalle orecchie grandi che disse di chiamarsi U Ott Ta Ma. Me lo scrisse lui sulle note del mio smartphone. Ci chiese di ricordarsi di lui, di quel nome. Tornò a parlare di nuovo, un po’ delle stesse cose, un po’ di cose nuove. Lui era curioso, noi ci sentivamo semplicemente fortunate.
Io poi, che dal mio punto di vista guardo qualsiasi religione con estrema curiosità, pur non riuscendo mai a trovarne una che mi catturi abbastanza da cominciare a crederci quel che basta per professarmi credente, mi sentivo quasi stranita, quasi come se avessi l’opportunità di approfondire qualcosa di speciale e non solo nella cultura birmana, buddhista o cosa fosse, ma di approfondire qualcosa di me.
Forse.
Chi poteva saperlo.
Io che poi uno dei motivi principali per cui ero finita in Myanmar, era l’estrema curiosità che ponevo nei confronti di quei monaci così diversi dalla cultura europea.

Sostanzialmente eravamo su quel ponte, al tramonto, a parlare del mondo con un monaco anziano che aveva solo tanta voglia di parlare.

Lui parlava un inglese certamente non perfetto, ma si faceva capire. Ci disse che veniva spesso, quasi tutti i giorni, a vedere il tramonto lì, che era bellissimo, ed era casa sua. Perché lui faceva parte di un monastero che stava proprio lì vicino, ad Amarapura, e sarebbe bastato prendere un autobus locale per arrivarci.
E poi ci fece una proposta bellissima.
Come arrivammo a quel punto proprio non lo ricordo. Ma prendemmo il dono più bello che quel monaco poteva darci e forse lo prendemmo proprio come fosse il dono più bello che il Myanmar stesso potesse darci. Un invito a passare un’intera giornata in giro per Mandalay, guidate da lui, che poi ci avrebbe portato in giro su quelle Jeep malandate piene zeppe di gente sul retro, per attraversare la città, per arrivare al suo monastero, farci vedere come funzionava la vita di un monaco, così povero da non possedere niente più del niente. E parlare, e farci raccontare, della guerra, della gente che lui ha incontrato, della sua vita, quelle nuova, quella vecchia, e della sua famiglia. E solo goderci la fortuna d’esser lì.
Eravamo quasi stupefatte.
Perché a noi? Perché proprio noi? Questa fortuna, quest’occasione a noi due?
Sorridemmo entrambe, lo ricordo come fosse passato solo poco più di un istante.
Sorridemmo a U Ott Ta Ma e lui, velato di quel sorriso fantastico che può possedere solo chi ha il volto stirato da qualche ruga in più rispetto a chi non ha ancora trent’anni, ci disse che due giorni dopo ci avrebbe aspettato alla Torre dell’Orologio, fra l’84esima e la 26esima strada, subito fuori dal grande Mercato, alle nove e trenta in punto.

Sostanzialmente, facemmo veramente fatica a capire dove dovevamo arrivare.
Avevamo una mappa offline scaricata su un App dello smartphone, segnava, a grandi linee, il centro di Mandalay. Ma il centro di Mandalay è il caos fatto città, e capire dove dovevamo andare e, ancor peggio, farlo capire a chiunque potesse darci una mano, era estremamente difficile.
Ci alzammo di buon ora e cominciammo a camminare a piedi. Faceva già caldo, l’umidità faceva sudare anche soltanto respirando quell’aria intrisa di smog.
Attraversammo una delle strade principali, prendemmo un tuk tuk al volo letteralmente nel mezzo alla carreggiata e cercammo di spiegargli il punto dove dovevamo andare.
Ci portò da tutt’altra parte.
Camminammo un po’ cercando di capire dove eravamo e cominciammo a mal sperare nella possibilità di raggiungere l’Orologio e il Mercato alle nove e trenta.
Trovammo un secondo tuk tuk, contrattammo il prezzo e ci portò esattamente lì. U Ott Ta Ma non era ancora arrivato. Eravamo sotto il grande orologio, e cercavamo una tunica rosso scuro da qualche parte in mezzo a quel caos.
Lo aspettammo finché non ci balenò in testa che forse non sarebbe mai arrivato. O che forse eravamo noi nel posto sbagliato. Non stavamo capendo molto di quel che ci stava succedendo, ma andava bene così. Stavamo un po’ viaggiando alla giornata, ed era bellissimo.
Poco prima di perdere del tutto la speranza, un tizio corse verso di noi, ci formulò una frase un inglese che somigliava ad un vago “sta arrivando”, poi aspettò li vicino, finché non comparve dalla parte opposta della strada quello che ormai era diventato il nostro amico monaco. Spiccava in modo particolarmente assurdo dietro tutto quel grigio spento di quei vecchi edifici, e di tutte quelle matasse di cavi elettrici mortalmente a portata d’uomo. Ci salutò, si scusò per il ritardo, e ci invitò a fare un giro del mercato con lui. Dentro c’era un tripudio di colori infinito, vesti di ogni tipo di fantasia, gente sorridente, bambini che correvano e che forse aspettavano semplicemente l’ora per entrare a scuola. La gente era palesemente povera lì. Non trovammo mai ricchezza in Myanmar, e in quel mercato si respirava, o almeno io, io respiravo una sorta di povertà assurda mascherata dalla bellezza di quei colori, e di quei sorrisi. Perché la gente, come U Ott Ta Ma, non aveva niente eppure c’aveva un sorriso che mi dava tutto. Tutto quel che bastava per corrispondere un sorriso che forse non era altrettanto bello.
Ed era bello vedere gli occhi incuriositi della gente, due bianche, da sole, in giro con quegli abiti un po’ strani da occidentali.
Invece U Ott Ta Ma sembrava essere abituato. Spesso ci chiedeva le stesse cose, spesso se ne stava in silenzio e ci guidava e basta.
E a noi bastava così.
Era un momento così speciale che non serviva molto altro se non quel che già stavamo vivendo.

Ci portò a Mandalay Hill, salendo su uno di quelli che loro chiamano autobus. Su quelli che no, non sono autobus, ma a noi piacevano veramente un sacco. Perché davvero riuscimmo ad entrare meglio in quella che era la loro cultura, la loro quotidianità. Ci faceva ridere. Non era il taxi, non era nemmeno l’autobus con l’aria condizionata. Era un cassone carico di gente che si reggeva solo perché pressata fra qualcuno e qualcun’altro. E quando doveva scendere il primo che era entrato, doveva scendere tutto il resto del carico. E chi non entrava, poteva montare sul tettino. O aggrapparsi dietro, stringere forte i tubi e sperare di non prendere una buca di troppo, troppo grossa.
Ed era divertente. Non capire niente. Non sapere cosa stavamo facendo. Eppure sentirsi così vive. Sul serio. Perché era tutto così naturale, per loro, e così strano per noi, che in realtà eravamo l’unica cosa strana per loro.
E giuro, giuro, che hanno dei sorrisi spettacolari ed una curiosità assurda.

Il furgoncino ci scaricò all’ingresso di un tempio locale, in un piccolo villaggio fuori città. Ci togliemmo le scarpe ed entrammo.
C’erano famiglie che cucinavano, bambini che giocavano. I monaci stavano consumando il loro unico pasto del giorno, l’unico che potevano mangiare per rispetto alla loro religione. Una volta al giorno e solo prima delle dodici.
U Ott Ta Ma ci lasciò da sole per un po’, lui si prese il suo meritato tempo di pranzare. Noi fummo letteralmente assalite da miriadi di persone che ci pregavano per avere foto con noi, bambini che ci saltavano addosso, genitori che ci facevano foto con i figli, figli che ci facevano le foto con i loro genitori. Una fila di decine di persone che ci scattava foto e noi che non sapevamo più come fare. Di nuovo sul Red Carpet.
U Ott Ta Ma ci trovò esattamente dove ci lasciò, con la sola differenza che per riprendere il nostro cammino con lui, dovette aspettare che la fila di gente finisse di farsi le foto con noi occidentali, bianche, donne e vestite in modo così strano per loro. Lui sorrideva. Sembrava fosse abituato. Ci spiegava che normalmente vengono pochi europei, al massimo qualche spagnolo. La maggior parte dei viaggiatori dalla pelle chiara in realtà è cinese. Per questo gli europei sono sempre una novità, una stranezza e una curiosità per un popolo ancora poco inviolato dal turismo.

U Ott Ta Ma ci portò di nuovo in giro per il centro, ci porta a prendere un tè, io stupida che prendo una Coca Cola, ma avevo bisogno di qualcosa di estremamente freddo perché fuori faceva estremamente caldo.
Per suo rispetto non pranziamo, seppur lui ci avesse accompagnato in un piccolo bar malconcio per mangiare qualcosa.
Ci sembrava irrispettoso a noi e, nonostante lo stomaco ci chiedesse di ingerire una quantità abbastanza importante di calorie, optammo solo per bere qualcosa in compagnia del monaco.
Ci raccontò della sua vita, che era stato sposato, aveva due figlie, che una abitava a Yangoon, l’altra lavorava in aeroporto. Il suo volto sembrò rattristarsi un po’, ci disse che abitava lontana, che la vedeva poco, ma che l’altra abitava vicino al suo monastero e che gli aveva donato due bellissimi nipoti. Ci raccontò che, dopo la morte di sua moglie, non si sentiva più realizzato, che si sentiva solo e quindi decise di mollare tutto della sua vecchia vita e di vivere nella fede buddhista in modo ancora più importante. Decise di andare a vivere in un monastero e continuare la sua vita nella piena e consapevole povertà di un monaco birmano.
Diceva di appartenere ad uno dei monasteri più ricchi di Mandalay, ed io ero curiosa di capire quale fosse quel livello di ricchezza. Lo inondammo di domande. Rispondeva a tutte, a tutte quelle di cui capiva il senso.
Io non so come si può descrivere la sensazione d’esser seduti in un vecchio bar senza pavimento, sotto una baracca in ferro e delle sedie di plastica polverose, al tavolo con un monaco birmano che racconta quel che è per lui il buddhismo e la vita in Myanmar a due ragazze che partono in un viaggio con la mera idea di partire per conoscere, per la curiosità di sapere e sapere ancora. Con quella voglia di apprendere senza giudicare.
Io mi sentivo fortunata. Talvolta distoglievo lo sguardo dai suoi occhi, guardavo la strada. C’era solo tanta polvere, e una povertà tangibile come non mai. Eppure lui viveva con una tale ricchezza d’animo e una spontaneità da cui potevo solo apprendere.
E sentirmi fortunata ancora.
E ancora. E ancora centinaia di volte quante fossero le centinaia di secondi passati con quell’anziano signore birmano dalla tonaca rossa.
Ci raccontò dei comandamenti del Buddha, di quanto li rispettassero rigorosamente. Alcuni somigliavano ai comandamenti del cristianesimo, altri li ritenevo più etici.
C’era molta etica in quel che diceva.
Non uccidere, non rubare, non commettere adulterio, non mentire, non bere alcool e non far uso di droghe.
Sentivo molta etica nel buddhismo, da come me ne parlava, da come lo metteva in pratica.
Ci portò di nuovo in giro per Mandalay, ci fece vedere altri templi, alcuni li avevamo già visti, ma non ci importava. Rivederli con lui era sicuramente un’altra sensazione. Finì la sua bottiglietta d’acqua, gli lasciai la mia. La accettò con una tale educazione che quasi non sapevo se potevo averlo offeso dell’offerta che gli avevo appena fatto.

Ci raccontò che ogni birmano deve fare un periodo di noviziato in monastero una volta compiuti i sette anni e prima di compierne venti. È un impegno e un orgoglio per ogni famiglia. Altri invece ci sono solo perché rimasti orfani, o perché la famiglia è troppo povera per potersi permettere di mantenere un bambino in più. E questo vale sia per i maschi, sia per le femmine.
Ci portò al suo monastero, ci fece visitare qualche stanza, ci portò nella sala dove dormono lui e altri suoi compagni.
Li potei capire cosa intendeva quando ci parlava del suo monastero come uno dei monasteri più ricchi di Mandalay.
Avevano dei letti, materassi poggiati a terra con una coperta e un guanciale.
Una vecchia televisione che U Ott Ta Ma teneva spenta, due sedie, un piccolo armadietto dove teneva vecchie fotografie e la sua collezione di francobolli. Qualche giornale.
Non teneva soldi. Non teneva niente.
Ma ci offrì qualcosa da mangiare. Negammo di nuovo. Teneva qualcosa nel suo piccolo armadietto di legno, e noi stavamo veramente pregando in silenzio che il nostro stomaco smettesse di chiederci cibo. Evitammo di accettare quel poco che aveva e anzi, gli lasciammo un po’ del nostro. Lui quasi rimase stupito, ma di no non ce lo disse. Avevamo qualche biscotto, non molto di più, due tre confezioni. Gliele lasciammo su un tavolo basso che aveva vicino al letto e lui non le toccò.
Stava solo rispettando le sue rigide regole.

Ci lasciò vedere il suo album di vecchie fotografie. Scatti in bianco e nero sbiaditi, attaccati senza sequenza cronologica fra le pagine di un album gelosamente custodito al sicuro. Sua moglie, i suoi amici. Lui da piccolo, altra gente con dei nomi strani. Qualcuno che non c’era più, qualcuno che abitava lontano da lui.
La sua collezione di francobolli di tutto il mondo, spediti dai viaggiatori che, come noi, aveva incontrato proprio su quello stesso ponte di Amarapura. Ci fece leggere le dediche, le scritte di gente che veniva un po’ da tutto il mondo e che lui ricordava per nome, e che chiamava “amici”. E li chiamava “amici” anche solo dopo averli visti per un solo giorno, proprio come noi che già ci chiamava “amiche”.
Ed era bellissimo.
Fuori il sole era ancora abbastanza alto. Spuntava dalla finestrella sopra il suo letto. Nella stanza c’era qualche altro monaco, si vedevano qua e la qualcuno che camminava. C’era molto silenzio. E c’era un qualcosa di magico. Tutte quelle tuniche stese ad asciugare fra un letto e l’altro, appese a fili collegati da parte a parte della stanza, tonalità che dall’arancio arrivavano al rosso, il colore più scuro della loro pelle.
Quella semplicità povera che per loro simboleggiava l’essere il monastero più ricco di Mandalay.

Io, io che forse sono nata nella parte giusta del mondo, in quella dove la povertà non è non avere acqua e cibo per giorni, ma è ben altro, io ho avuto quell’opportunità così grossa. Di parlare con chi ha fatto della semplicità la sua ricchezza. Con chi ha tradizioni così diverse dalle mie, e non per questo meno affascinanti. Anzi.
A me piaceva quella sua curiosità nei nostri confronti. E a me piaceva quella curiosità che mi inondò forse il cuore, forse il cervello, tanto da arrivare a farmi tempestare di domande quel vecchio monaco dalle orecchie grandi.
A me piaceva tutto di quella giornata presa un po’ a caso, forse con fortuna, per chi crede alla fortuna. Forse al caso, per chi come me crede un po’ di più al caso.
Anche se è bello poter pensare che forse era un esperienza che eravamo destinate a fare senza averlo nemmeno programmato.

Ci stringemmo la mano più e più volte per salutarci, ci disse che avrebbe chiamato un suo amico che con un tuk tuk ci avrebbe riportato all’hotel. Come riuscimmo a spiegargli dove era situato il nostro hotel non lo ricordo proprio, ma ci riuscimmo. Nonostante tutti quei saluti, decise di accompagnarci nel viaggio di ritorno e dividemmo il piccolo spazio del posto del tuk tuk con lui. La sua tunica che volava un po’ col vento di quelli che credo fossero meno di trenta chilometri orari. Il suo braccio magro che stringeva forte la sbarra alta del tuk tuk per non cadere giù.
Non parlammo molto durante il viaggio di ritorno. Un po’ la stanchezza, un po’ la fame. Un po’ c’eravamo già detti tanto, e io che ancora dovevo immagazzinare quel tutto.

Alla fine arrivammo. Ci fece promettere di mandargli una lettera un giorno, quando saremmo tornate a casa, se ne avessimo avuto l’opportunità, con un bel francobollo da poter collezionare. Ci salutò di nuovo. E se ne andò.
Il rumore del tuk tuk di sottofondo e io ancora che non ci capivo abbastanza di quel che era successo.
Tengo ancora scritto l’indirizzo del suo monastero e prima o poi troverò un francobollo abbastanza bello da potergli spedire.

Io so solo che la bellezza che ho trovato in Myanmar, l’ho trovata per la maggior parte dentro la gente. Dentro i loro occhi, i loro sorrisi, la loro spontaneità. Assurdo pensare a quanto mi facesse strano pensare di avere l’opportunità di poter parlare con un monaco, poter passare un’intera giornata in giro per il centro di Mandalay con lui, entrare in un monastero, vedere come vivono, ascoltare le loro preghiere da lontano. Per loro invece, in tutto ciò, non c’era niente di strano.
Io so solo che la bellezza della gente l’ho trovata anche dentro quel monaco dall’inglese stentato, curioso di sapere da dove arrivavamo, e perché eravamo proprio lì.
Io che non ero mai stata in Asia, che non avevo mai avuto contatto col buddhismo. Io che ho questa voglia di conoscere e di togliermi di dosso tutti i pregiudizi.
Io che in Myanmar stavo trovando un pezzo di mondo che si incastrava perfettamente all’intriso puzzle di miliardi di pezzi che era la mia vita.

Grazie a Fabrizia S., compagna di questo viaggio, che mi ha aiutato a ripercorrere l’esperienza con U Ott Ta Ma.

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